Il Polesine può essere considerato una zona unica nel suo genere in quanto formatasi dall’accumulo di sedimenti fluviali e dalle
opere di bonifica dell’uomo nel corso dei secoli.
Anticamente la priorità era facilitare lo scolo naturale delle acque che nelle valli del delta del Po risultava difficoltoso a causa della loro estensione e della poca pendenza del terreno.
Si cimentarono nelle varie tipologie di interventi romani, benedettini, estensi, veneziani. Nell’era moderna l’avvento della meccanizzazione ha permesso l’utilizzo di idrovore e pompe per fronteggiare il problema in maniera efficace.
L’attività di bonifica determinò notevoli trasformazioni sia territoriali che nella vita delle popolazioni e nell’ultimo secolo gli organismi pubblici sono intervenuti per dettare le linee guida di questo processo. Il Polesine, in cui l’intervento umano è stato imponente, si caratterizza per originali modelli di insediamenti umani che sono riscontrabili nell’area deltizia.
Il territorio si distingue per una serie di elementi caratteristici: strutturazione geometrica dei campi, canali di bonifica e relativi manufatti (idrovore), viabilità, presenza di arginature di difesa, mancanza di alberi, centri abitati situati sui dossi fluviali, corti e case sparse.
Le specificità cambiano in base ai periodi storici ma la monotonia del paesaggio è elemento comune.
Dopo la costruzione della
Romea, anticamente conosciuta come via Popilia (132 a.c.), i romani si stanziarono capillarmente in tutta la provincia e attuarono da Grado a Ravenna e nella zona del Delta all’epoca suddivisa in sette rami (Plinio il Vecchio), opere di bonifica (acquedotti, canali per il prosciugamento, fognature), già iniziate dagli Etruschi e favorite dal clima caldo.
Il più massiccio intervento idraulico fu la
centuriazione del territorio da coltivare; un tratto della strada Rovigo-Adria, all’altezza di Villadose, è probabilmente il decumano massimo (l’attuale ordinamento corrisponde alla bonifica veneziana del ’500).
La caduta dell’impero romano d’Occidente (476 d.c.) causò l’impaludamento del territorio, la sua progressiva regressione ad uno stadio preistorico e la decadenza dei centri deltizi (Adria); nel 500-600 d.c. a ciò si aggiunse un ulteriore ampliamento degli acquitrini provocato dall’estinzione del Po di Spina.
Finalmente in epoca medievale la situazione iniziò lentamente a ristabilirsi.
L’opera di bonifica dei benedettini ebbe inizio dopo la
rotta dell’Adige del 589 (Cucca). Risale infatti a quel periodo la fondazione dell’
Abbazia di S. Maria di Gavello, il centro più antico del Polesine. Per contenere l’irruenza delle acque furono eretti vari argini tra i quali
l’Arginone dei frati che divide ancora oggi
Gavello da
Villanova Marchesana. Lo stesso fecero i religiosi dell’
Abbazia di Pomposa che intervennero sulla zona intorno al Po di Volano che coltivarono successivamente a riso.
Nel 752 la potente
Abbazia di Nonatola incaricò i frati di intervenire nella zona dell’alto Polesine (Melara).
La
rotta del Po a Ficarolo, nel 1152, distrusse le opere dei monaci di Gavello il cui centro religioso decadde inesorabilmente. Anche nella zona di S. Bellino e Fratta, iniziarono gli interventi che si conclusero soltanto dopo tre secoli.
Salara era bagnata dall’antico canale Prestina, via d’acqua utilizzata per il commercio del sale, sulle cui rive furono fondati molti monasteri impegnati nell’attività di recupero del territorio; il medesimo fenomeno accadde a Ficarolo ad opera degli agostiniani di Lucca che eressero il paese ed esercitarono la loro influenza per molti secoli tra eterni dissapori con i poteri della nobiltà al potere. Rovigo fu interessata al fatto verso fine duecento e ciò ebbe conseguenze positive sullo sviluppo della città.
Il taglio degli argini era una pratica diffusa nelle lotte tra Gonzaga, Estensi e Venezia che nel 1438 ruppe quello dell’Adige a
Castagnaro e
Malopera.
L’episodio ebbe conseguenze disastrose per il territorio che rimase allagato per molti anni. L’equilibrio del fiume fu compromesso e si rese necessario, visto che riversava le sue acque nel Tartaro-Canal Bianco, rinforzarne il letto con la costruzione, operata dalla popolazione, dell’
Argine delle valli.
Ercole d’Este bonificò la zona di Pontecchio con strade e canali per il cui scavo iniziarono a nascere i primi
consorzi di bonifica che derivavano da società di proprietari sorte nel 1100 sulla falsariga delle corporazioni religiose, il cui scopo era difendere le terre dall’invasione delle acque. Lo stesso valse per Ceregnano, Frassinelle e Pincara, falcidiata da continue alluvioni e all’epoca soggetta al controllo dei ferraresi che iniziarono le opere di recupero a partire dal 1473 ad opera di
Guglielmo Pincaro.
La popolazione locale era ormai abituata a difendersi con argini, coronelle, marezzane, chiaviche che regolavano il flusso delle acque dei canali che nel corso dei secoli fu controllato in modo più regolare. La presa del potere da parte di
Venezia favorì la destinazione di molte risorse economiche alle bonifiche e nel 1501 istituì il Magistrato delle Acque.
Nel 1509 fu completata una importante opera denominata Sostegno a Polesella e nel 1518 in seguito alla regimentazione degli argini la Dominante emanò decreti per la vendita all’asta dei territori polesani a cui i nobili della Serenissima si dimostrarono molto interessati.
I nuovi proprietari, che attuarono ulteriori interventi, avevano acquisito le terre dai contadini, costretti a regredire a braccianti perché non più in grado di far fronte alla crisi economica provocata dalle eccessive spese per bonifiche, guerre e carestie.
Si aprì un’epoca caratterizzata da grandi opere che favorirono l’incremento dei traffici commerciali e la messa a punto dell’organizzazione amministrativa.
Casate nobili veneziane e ferraresi, i
Grimani a Pettorazza, gli
Strozzi, i
Fregosi, i
Malvezzi, i
Contarini, si trasferirono in Polesine e costruirono magnifiche dimore; accanto si formarono borgate di miseri contadini utilizzati come manodopera.
Il dominio delle famiglie veneziane era ben evidente anche nella gestione dei consorzi di bonifica, nel territorio della valle di Pontecchio avevano il controllo delle chiaviche a discapito dei ferraresi, costituiti dagli stessi proprietari ma sostenuti e controllati dalla Serenissima.
I terreni facevano capo alle
Ville venete, dotate di grandi rustici ed annessi, di cui esistono magnifici esempi in Polesine. Vennero fertilizzate anche aree incolte nelle zone del Delta, affittate ai contadini con canoni simbolici.
Nel 1536 nacque il primo consorzio tra i proprietari dell’Isola di Ariano e la famiglia
Cappello agì su Porto Viro attuando un recupero che completò nel giro di trecento anni. Nel 1545 la Dominante istituì il Provveditorato sui beni incolti per avviare lo sfruttamento di terre da parte dello Stato.
Tra il 1564-1580
Alfonso II d’Este compì la
prima grande bonifica del Polesine utilizzando porte vinciane, un sistema ideato da Leonardo da Vinci, che durante la bassa marea consentivano lo scolo delle acque e in caso contrario si richiudevano.
Nel territorio tra Po e Tartaro il marchese Bentivoglio attuò grandiosi opere che furono in parte vanificate da successive alluvioni, terremoti a cui si aggiunse la peste portata dagli eserciti stranieri in transito. Nonostante gli interventi avessero aumentato la produttività agricola le condizioni dei contadini rimasero pessime.
Nel 1604, nonostante la contrarietà dello Stato della Chiesa, i veneziani realizzarono la colossale opera denominata il Taglio di Porto Viro, un canale che congiunse uno dei rami principali del Po con la Sacca di Goro, favorendo il rapido deflusso delle acque ed evitando l’interramento della laguna; vennero inoltre regolamentati l’Adige, Fossa Polesella ed effettuati importanti interventi di bonifica ad opera dell’Aleotti a Zelo, Stienta, Ficarolo, Trecenta, Melara e Bariano. Migliorò la fecondità dei terreni e furono favorite nuove colture: mais e canapa.
Nel ’700 a Ceneselli il conte Nappi fu fautore di migliorie e a Stienta la costruzione del canale di Zelo favorì il prosciugamento delle acque e si diffuse la coltivazione di granoturco, farro e riso.
Dal 1730 al 1810 i detriti trasportati dal Po formarono due penisole, Goro e Gnocca e due relative lagune: Goro e Scardovari. L’isola di Ariano si era allungata e venne fondato il comune di Porto Tolle. Molti privati iniziarono ad investire ingenti capitali in Polesine dove operavano importanti ingegneri fautori di opere in attuazione della bonifica padana; i Martelli risiedevano a Canaro, Amos Bernini (1842-1909) a Stienta.
La cosiddetta bonifica idraulico-igienica avvenne dopo il 1850 in un periodo in cui l’attività agricola era molto difficoltosa a causa del dissesto idraulico dei fiumi causato dalle frequenti alluvioni, dall’inadeguatezza degli scoli di bonifica e dalla presenza di aree acquitrinose e malariche. Le famiglie borghesi veneziane, sostituitesi ai nobili, avevano acquistato buona parte del territorio costituito da pascoli e valli. Alcune zone paludose e malariche vennero prosciugate e trasformate in risaie. Coloro che erano occupati a realizzare queste opere risiedevano nei caratteristici casoni.
L’invenzione della macchina a vapore (James Watt 1768-1782) portò importantissimi progressi in quanto nacquero gli impianti idrovori, il primo fu introdotto in Italia nel 1872, che permisero di prosciugare le terre basse e renderle coltivabili. Le locomobili, macchine a vapore montate su un carro, vennero collegate a ruote idrovore a schiaffo e poi a pompe centrifughe.
Nel 1882 in seguito alla disastrosa rotta dell’Adige che colpì Legnano e solo marginalmente il Polesine, divenne operativa la legge Baccarini sulle bonifiche, ossia il governo offriva sostegno economico ad opere che migliorassero le condizioni igienico-sanitarie.
Tra il 1886-1900 si sviluppò un progetto di bonifica ad opera del Genio Civile di Rovigo e fu costruita l’importante idrovora di Ca’ Vendramin (1889) che garantì per la prima volta la sicurezza del territorio; attualmente è sede del Museo Regionale della Bonifica e del Centro Visitatori del Parco Regionale Veneto del Delta del Po.
La bonifica meccanica con idrovore e pompe assommata ad una efficiente organizzazione legislativa, favorì lo scolo delle acque e la stabilizzazione dell’area deltizia dove operavano numerosi consorzi di bonifica: isola di Ariano, isola della Donzella, isola Camerini e Bonelli, Ca' Lattis, Gorino Sullam e Oca Sagreda. Ciò determinò ulteriori cambiamenti dell’ambiente agricolo. Gli impianti idrovori, canali e altri manufatti idraulici divennero una caratteristiche delle zone bonificate.
Dal 1900-1920 furono realizzati grandi impianti e opere di canalizzazione per aumentare la produttività agricola a migliorare le condizioni di vita della popolazione. Le idrovore, tutt’ora esistenti sono magnifici esempi di archeologia industriale. In mattoni a faccia vista - all’interno del corpo centrale le pompe - sono sistemate sopra un bacino di aspirazione dove sono posizionate una serie di tubazioni che vanno a scaricare l’acqua a quote più elevate. Elementi decorativi in pietra d’istria, ampie vetrate e ciminiere per le macchine a vapore sono ulteriori elementi caratteristici.
La tipologia costruttiva si mantenne anche nel ventennio fascista. Le opere di questo periodo incisero più profondamente nell’organizzazione del lavoro e vennero costruiti stabilimenti per la trasformazione dei prodotti agricoli. Ulteriore conseguenza fu l’ampliamento dei centri urbani che dovevano accogliere un maggior numero di addetti. Lo stato intervenne finanziando coloro che volevano stabilirsi in queste zone.
Nel 1928 l’emanazione della legge di bonifica integrale dava voce ad un concetto, già maturatosi agli inizi del decennio, di trasformazione del territorio mediante un piano coordinato di opere pubbliche e private con vantaggi igienici, demografici, economici e sociali.
Alle grandi opere idrauliche si aggiunsero strade, acquedotti, abitazioni e infrastrutture. Questa nuova tipologia di bonifica ebbe un effetto diretto sull’insediamento civile del territorio.
Dopo la prima guerra mondiale e fino a gli anni ’30 furono prosciugate definitivamente le valli e si concluse la bonifica del Delta del Po. Il consorzio, utilizzando agevolazioni finanziarie statali, regolò il prosciugamento e l’irrigazione delle acque, costruì abitazioni e fabbricati ad uso sociale e un idrovora sussidiaria: Ca’ Vergola.
Gli intereventi trasformarono l’area in un mosaico suddiviso in comprensori, ognuno costituito da una maglia di canali, fossati, idrovore, argini e il territorio assunse caratteristiche simili alla zona del medio polesine.
All’inizio degli anni ’50 fu costituito l’Ente Delta Padano che aveva lo scopo di favorire la piccola proprietà in sostituzione del latifondo mediante la costruzione di opere infrastrutturali e di viabilità. I molti addetti del mondo agricolo avevano un basso il livello di reddito e condizioni di vita carenti. La Riforma Agraria di quegli anni creò nuovi agglomerati abitativi nella zona del Delta a volte non in linea con le tradizioni architettoniche delle corti del passato.
L’industrializzazione della prima metà del secolo combinata con altri fattori non fermò il progressivo abbandono delle campagne.
Tra il cinquanta e il sessanta nel momento in cui la bonifica iniziò a dare un rilevante quadro di efficienza si aggravò il fenomeno della subsidenza naturale (abbassamento del suolo) causato dall’estrazione di metano dal sottosuolo che fu poi interrotta; ciò sconvolse l’idrografia del territorio. Questo fattore e la disastrosa alluvione del ’51 aggravarono ulteriormente la situazione e le zone limitrofe alla città rimasero acquitrinose fino agli anni ’60 quando nuove opere di bonifica le trasformarono in una pianura fertile coltivata a grano e barbabietole da zucchero.
Le abitazioni dei centri rivieraschi, usualmente situate nelle golene dei fiumi, vennero smantellate. Gli abitanti erano abituati da secoli a vedere durante le piene le loro case invase dall’acqua, da dove raggiungevano l’argine, il luogo più sicuro in caso di alluvione, attraverso passerelle o barche. Veniva organizzata la guardia al fiume per controllare il livello, la tenuta degli argini e verificare i fontanazzi ossia vene d’acqua che affioravano. La loro torpidità dava indicazioni sulla solidità o meno degli argini. In caso di rottura si affondavano barche piene di sassi o si costruivano palizzate o coronelle.
L’Ente Riforma concluse la sua opera nel 1974 e da quel momento l’attività di bonifica si occupò solo della funzione idraulica dei manufatti.